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Premio Parodi 2019, un inno alla World Music

La dodicesima edizione del Premio Parodi si è aperta all’insegna della novità. Nuova sede, nuova energia, nuova linfa. Il cambiamento apre la porta al Conservatorio Pierluigi da Palestrina di Cagliari, piccolo tempio della musica che alla musica dei dieci artisti sa dare valore restituendo un respiro più ampio, e agli spettatori un ascolto più preciso dei suoni e delle voci. I due presentatori, Gianmaurizio Foderaro e Ottavio Nieddu, sono invece una certezza che contribuisce a restituire familiarità a questa nuova grande casa sempre piena durante le tre giornate. E poi c’è la musica, la vera padrona di casa, che ha preso tutto lo spazio, accogliendo tutti con il suo abbraccio sonoro.

Per i musicisti, per la giuria e il pubblico, gli incontri hanno un ritmo scandito da occasioni di conoscenza e approfondimento. Come lo spazio formativo dedicato al diritto d’autore, il seminario sui diritti degli artisti, la visita al complesso nuragico di Barumini e la tavola rotonda tematica, passando attraverso il bel progetto musicale “Lingua Madre, il canzoniere di Pasolini” (Duo Botasso, Elsa Martin e Davide Ambrogio) che arriva come un’eco antica, una vibrazione poetica e intensa. L’ineccepibile direzione artistica di Elena Ledda porta sul nuovo palco del Parodi l’eclettismo pungente di Moni Ovadia, Tosca con la sua sofisticata ricerca musicale e l’anima sensibile di Simone Cristicchi. Ma veniamo alla gara. Una selezione non facile per la Fondazione Parodi e le sue tante professionalità eccellenti di cui Valentine Casalena è il cuore gentile. Un’edizione generosa che ha proposto artisti di talento capaci di regalare emozioni, capaci di stupire per gli accostamenti talvolta arditi, capaci di far apprezzare la world music anche ai neofiti, accompagnandoli attraverso sonorità e contaminazioni inedite.

D’altronde questa musica riesce a farci ascoltare il respiro del mondo. E così il quartetto degli A.T.A – Acoustic Tarab Alchemy evocando il misticismo sufi nell’inedito accostamento tra le melodiose vocalità arabe e il jazz, sottolinea le parole di una storia d’amore con un abito sensuale e raffinato che cela una punta di dolore. C’è poi la semplicità di una donna che vorresti poter abbracciare ogni volta che la incontri. La canzone di Saly Diarra è un mantra da ascoltare a occhi chiusi, una preghiera intensa dedicata alle donne, una benedizione universale, un augurio che arriva dall’anima dell’Africa. E dall’Africa arriva anche l’energia coinvolgente di Arsene Duevi che riesce a rendere unica e originale ogni sua esibizione. La loop station restituisce la sensazione di avere sul palco uno, dieci, cento Arsene. Il suo brano è una poesia che invita al cambiamento, alla ricerca della felicità quotidiana, ad essere sempre positivi. Il testo intenso della canzone dei Maribop, ha la voce appassionata del siciliano Francesco Giglio e il ritmo della chitarra irlandese di Peter Walsh.

Una dimensione che va su un doppio binario acustico e intimo per poi tornare restituendo un caleidoscopio di voce e suono. Federico Marras Perantoni e la sua band racchiude tante anime musicali che si sprigionano in una ballata di mare cantata nella variante turritana della lingua sarda. Mutevole, forte e fiera tanto da creare magiche visioni e suggestioni mediterranee. Siamo tutti su un vascello fantasma con le vele nere piene di vento. Le tradizioni della vecchia Scozia rivivono nel nuovo folk di Elliot Morris. Un sound che sembra familiare al quale il giovane artista inglese regala un assolo introduttivo appassionato e rende davvero apprezzabile la sua ballata. Cantano con il sorriso le giovani polacche del gruppo Krzikopa ma ciò che raccontano è tutt’altro che allegro. Ed è il linguaggio musicale, con le note aggressive del folk elettrico a dirci di quelle belle ragazze che vivono nella discarica della regione post industriale Slesia, una realtà di povera gente alla ricerca continua di un riscatto. La band Setak, forte delle esperienze musicali acquisite, fa un viaggio nel tempo e recupera il dialetto abruzzese dei nonni, cantando l’amore per le tradizioni. La canzone è una ballata delicata, una poesia di parole mai dette, quelle che gli uomini di un tempo, i nonni appunto, spesso custodivano solo nel cuore.

I Suono d’Ajere, danno voce a un patrimonio musicale secolare, rimangono fedeli alla tradizione melodica napoletana ma la ripropongono con arrangiamenti moderni. La voce antica della giovane Irene Scarpato è emozione da brividi. Vorresti poterli premiare tutti gli artisti in gara ma alla fine saranno i Fanfara Station a portare a casa il premio per la miglior canzone, della critica e anche quello per il miglior arrangiamento. Anche loro hanno stupito, forse perché hanno osato. Un brano in cui tradizione ed elettronica nell’incontro tra strumenti etnici e moderni, restituisce una dimensione musicale che parla di ricerca, sperimentazione, inventiva. Un allegro dance party, un viaggio sonoro senza confini che ci porta in giro per il mondo. Proprio lì dove abita la world music.

Daniela Deidda

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