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Montalbo di Lula: le storie in bianco-verde.

Quel calcare bianco,che luccica al sole,che divide in due la parte di Sardegna a nord,di fronte a noi,come un grumo di rocce arido,il Montalbo come uno scoglio impraticabile sulla parte orientale dell’Isola.

Con Talo e Giovannangelo,di primo mattino attraversiamo le viuzze interne di una Lula ancora addormentata,in una domenica,dolce di inizio autunno. La strada sale,sulla collina a sinistra il bianco santuario de su Meraculu,protetto dai faraglioni bianchi,alti e maestosi,del monte.

Dal parcheggio,la campagna animata dalle greggi,parte una vecchia carrereccia,Nurai squarcia il calcare per portarci su,tra tornanti segnati da storie di carrulanti,di contadini e di carbonai,la varia umanità di quella parte interna della Sardegna che graffiava possibilità di vita,in un futuro che aveva sempre gli stessi colori.

E per noi,che saliamo,con fatica e sudore,i colori sono paesaggio; verde intenso,bosco che avanza per ricoprire le ferite mortali di un secolo di predatori continentali,roccia bianca,sentieri che si incrociano,testimoni comunque di quotidiane attività.

A noi interessa salire; la cima di Punta Caterina è su,spaventa. Viriamo sulla sinistra,lasciamo Sa Kostera,Artudè e la salita ci scuote gi scarponi. Si sale,600 metri di dislivello,roccia su roccia,dobbiamo conquistare la vetta. Gli ultimi tornanti,senza sentiero,sulla roccia,in apnea.. Ma la cima ripaga,spettacolo Sardegna,Nord,Ovest,Est,mare,skyline senza fine.

Sotto disseminati i paesi,popolazioni che vivono aggrappate al Montalbo: Lula,Onani,Bitti,Lodè,Siniscola e altri,sullo sfondo di un cielo appena ingrigito. Dobbiamo proseguire,ancora sentiero,la prima radura,un tempo tempio delle coltivazioni del grano. Cuile sa ‘e Mussinu,cifra ancora orgogliosa di una architettura semplice e compiuta per gente tosta,di montagna e di lavoro,in una gialla piana assolata. Sulla nostra destra,in lontananza,si snoda come un serpente nero l’asfalto della 131,sembra proprio un mondo lontano da noi.

Scendiamo su un’altra carrareccia che manifesta ancora la pervicace volontà di popolazioni antiche ,ma anche di predatori carbonai,di attraversare la montagna,verso il mare delle Baronie. Si va con passo veloce. Sappiamo de sa grutta “ de Homines agrestes”,addossata alle pareti rocciose che ci sovrastano,mentre ci inerpichiamo nel tratturo tra Sa Kostera e Nurai.

L’ascesa alla grotta è ripida; la spelonca si apre. C’è molto di misterioso in questo immenso antro,si agitano anime,vite e storie. Quasi in fondo,nel buio,appare il ciclope con il suo carico di mito oltreumano. Invece è una grotta che si affaccia sulla vallata verdeggiante e che ha dato asilo tra fatiche e lavoro duro. Riprendiamo la strada,l’uscita,dopo otto ore,dal cuore del Monte (bianco) Albo non è una resa; ci torneremo,a breve,per sentirlo ancora pulsare e raccontare,tra verdi lecci e bianco manto di pietra calcarea.

matteo marteddu

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