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Intervista a Giorgio Amato
Due chiacchiere tra letteratura,arte e cultura e cinematografia

Lo scrittore parla anche del suo ultimo romanzo "Circuito chiuso"

Ho avuto il piacere di conoscere Giorgio Amato nel mese di dicembre 2011,in occasione di una manifestazione artistica,nella libreria Koinè di Porto Torres.
Lui presentava il suo romanzo e io moderavo un piccolo salotto letterario assieme ad altri amici amanti della buona scrittura e lettura. Si è gentilmente unito a noi e ci ha regalato un po’ del suo tempo,e talento,chiacchierando assieme a noi a ruota libera di letteratura,arte e cultura,soprattutto dal punto di vista della cinematografia.

Ho letto il suo romanzo e ne sono rimasto tramortito,letteralmente. Sapevo che pur essendo il protagonista – e la sua storia – un’invenzione narrativa,le sue pulsioni,i suoi sentimenti e soprattutto i suoi comportamenti erano assolutamente probabili e riscontrabili in altre vicende,purtroppo reali. L’ho incontrato di nuovo in occasione dell’iniziativa “letti di notte” sempre nella stessa libreria,il 21 giugno scorso e abbiamo riparlato della sua attività, che trovo estremamente interessante.

La penna di Giorgio,inclemente e inflessibile,il suo carattere gioviale e la sua preparazione in campo letterario e cinematografico mi hanno indotto a fargli qualche domanda in più e lui,senza venir meno alla sua gentile disponibilità,ha accettato.

Giorgio Amato,partiamo dalla fine, da Circuito Chiuso,edito da Cooper, il tuo romanzo.

Anzitutto il titolo: di quale circuito si parla?
Nel titolo del romanzo faccio riferimento in primo luogo agli impianti di video sorveglianza a circuito chiuso,poiché è grazie a questi che il poliziotto che indaga sui casi di alcune ragazze scomparse riesce a mettere insieme i tasselli della sua indagine. Per quanti discorsi sulla privacy si possano fare,ritengo che le nostre città potrebbero essere luoghi più sicuri se ci fossero maggiori posti video-sorvegliati con le telecamere. È un controsenso che dopo un fatto di cronaca,polizia e carabinieri debbano andare a chiedere i filmati alle banche o ad altri negozi,come successo di recente dopo la bomba alla scuola di Brindisi. Una seconda lettura del titolo è riferita al loop mentale che si verifica nella testa di un serial killer,ossessionato dalla sua insaziabile sete di morte.

Questo romanzo,quindi,è intimamente legato alla tua formazione? Qual è stato il tuo percorso?
Dopo la laurea in sociologia ho frequentato un master in Criminologia Forense alla Sapienza di Roma perché volevo approfondire l’aspetto psichiatrico di chi compie determinati crimini. Qui ho concentrato i miei studi sulle biografie dei più pericolosi serial killer esistiti,soffermandomi,in particolare, sui primi anni di vita. Questo materiale mi è poi stato prezioso al momento di scrivere la figura di Jurgen Di Leo,il serial killer protagonista del romanzo.

Lo piscopatico che hai creato nel romanzo,quindi,potrebbe essere in buona compagnia tra gli esseri umani?
Come scriveva Freud,non sono la qualità delle pulsioni,ma la quantità a fare la differenza. Nel senso che è nella natura dell’uomo avere delle pulsioni e delle fantasie omicide. Le abbiamo fin dalla prima infanzia nei confronti dei nostri genitori. Chiunque,se sottoposto a situazioni di forte stress emotivo,può compiere un omicidio. Del resto le pagine della cronaca sono piene di persone insospettabili arrestate perché hanno ucciso la propria moglie o il vicino di casa. O di mamme che hanno ucciso i propri figli. Non è mai facile risalire dal punto di vista clinico al cosiddetto "punto di rottura",perché ognuno di noi agisce e reagisce in base alle esperienze passate. E quando queste sono state problematiche,soprattutto nell’infanzia,è più probabile che si possa arrivare a compiere un omicidio.

C’è un progetto cinematografico in ordine al romanzo?
Sì,ho già girato il film basato sulle terza parte del romanzo. Dovrebbe uscire a novembre 2012 distribuito da Rai cinema,probabilmente su una nuova piattaforma web che consentirà a tutti di poter vedere il film gratuitamente in streeming.

Quali sono i tuoi rapporti con la sceneggiatura e il cinema?
Nasco come sceneggiatore. Circuito Chiuso è la mia prima esperienza sia come romanziere,sia come regista,che spero presto di ripetere entrambe.

Qual è la tua vocazione: la scrittura,la sceneggiatura,la regia o cos’altro?
Sicuramente la scrittura è l’attività che mi fa stare meglio e mi regala maggiori soddisfazioni. Nel senso che sento il lavoro più mio. La regia invece ha delle variabili che non dipendono più da te. È un lavoro corale,dove il ruolo del produttore,del direttore della fotografia,degli attori,di tutti i tecnici,e soprattutto del budget che hai a disposizione,diventano fondamentali. Ma non vedo l’ora di cominciare il mio secondo film.

Cosa leggi principalmente,quali autori o quali “discipline”?
E quanto queste letture ti arricchiscono professionalmente e culturalmente?
Sono amante dei thriller in generale. Mi piace molto Fred Vargas,anche se dopo che impari a conoscerla non ci metti molto ad arrivare al colpevole dei suoi libri. Ma nonostante la preferenza per il genere,il mio scrittore contemporaneo preferito è Niccolò Ammaniti. Credo che leggere arricchisca sempre e comunque,a prescindere del lavoro che si fa.

E nel campo cinematografico?
Nel campo cinematografico ho due punti di riferimento Quentin Tarantino e Alfred Hitchcock.

Cosa pensi dello stato della cultura,al di là dell’evidente e progressivo disinteresse dello Stato,e dell’arte? Pensi che ci sia una sorta di decadimento o piuttosto che essa sia la figlia del proprio tempo e che quindi non se ne possa dare una definizione e una visione assoluta?
Penso che uno Stato debba avere come priorità la cultura dei propri cittadini. Allo stesso modo di come un un genitore si deve preoccupare di mandare i propri figli a scuola ed essere allo stesso tempo un modello di riferimento. Quello che accade oggi è sotto gli occhi di tutti. La scuola e l’università sono allo sfascio,la televisione offre modelli sociali inutili e illusori,politici che pagano minorenni in difficoltà… Parlare di decadimento mi sembra un eufemismo.

Ma dove sei nato? E dove abiti?
Sono nato a Milano,ma all’età di sette anni sono andato a vivere in Sardegna,a Porto Torres,il paese di mia madre. Poi,compiuti diciotto anni,una notte di settembre me ne andai e,come cantavano i nomadi,faccio il vagabondo. Ora vivo a Roma per motivi di lavoro. Domani non so.

E quindi ti senti più…?
Chiunque abbia vissuto in Sardegna anche solo pochi mesi non può che sentirsi sardo!

E la Sardegna?
E’ casa mia. E’ il posto dove vivono i miei genitori,i miei parenti. Il posto dove è rimasta la mia anima. Anzi,approfitto dell’intervista per lasciare un testamento scritto: vorrei che parte delle mie ceneri vengano sparse all’Argentiera.

Quanto ami la psicologia?
Poco. La ritengo una pseudo-scienza fondata soltanto su delle buone supposizioni e troppe correnti. Mi convince soltanto l’approccio Ericksoniano,ma nemmeno lui è stato visto di buon occhio dai suoi stessi colleghi,che si ritenevano molto più illuminati. Mah!

Grazie davvero,Giorgio,aspetto di vedere il film e per ciò che riguarda la tua ultima volontà… beh spero come minimo fra cent’anni.

Mario Borghi

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