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Il mezzo cinematografico toglie la distanza tra palcoscenico e spettatore: ecco Violetta!
La recensione di La Traviata: un dramma contemporaneo

Come è contemporaneo il dramma verdiano di La Traviata. Quanto avvolgente e sublime è la musica eseguita dall’orchestra della Scala di Milano,diretta da Daniele Gatti,che è riuscito,prima ancora della parola scenica,a plasmare coi tempi e i colori dell’orchestra,ciò che si materializzava sul palcoscenico.

Bravissimi Diana Damrau e gli interpreti che cantano con intensità e facilità,da far gustare ogni passaggio dell’opera. Procace e disincantata,si muove freneticamente nel primo atto,accoglie gli amici nel suo salotto parigino,cantando “Sempre libera degg’io”,riccioli biondi e abito blu notte.

Intensa ed autentica nel duetto del secondo atto,con il “non suocero” Giorgio Germont; casalinga perfetta in un castigato abito marrone e una specie di pantofole ai piedi. Sfatta,spettinata,malata di depressione ed abuso di farmaci,seduta a terra tra bottiglie vuote e farmaci,muore accasciandosi su una sedia,nel terzo atto. Ma la conoscevamo bene Violetta Valèry? Eroina,di Dumas figlio,nel romanzo e nel dramma La signora delle camelie,poi Traviata per Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave.

Da sempre abituati a Violette eteree,sognanti e fragili o alla mitica Violetta scaligera del 1955,interpretata da Maria Callas appassionata e distante,diretta da Giulini,con la regia di Visconti. Ci lascia disorientati questa Violetta così contemporanea,voluta da Dimitri Tcherniakov,da sembrare fin troppo radicale e di spessore forte. Dimenticando che Verdi l’immaginava “all’epoca nostra” forse,non molto diversa da così.

Sarà stata la complicità del mezzo cinematografico,che ha tolto la distanza tra palcoscenico e spettatore. Spettatori incantati,eravamo nel bel mezzo della scena,partecipavamo ad ogni azione,distinguendo gocce di sudore e sguardi complici tra interpreti. Alfredo che tira la pasta e prepara la pizza,mentre deliba “Dei miei bollenti spiriti”,ci ha sorpreso e convinto. In fondo Violetta ed Alfredo,lasciano Parigi per vivere in campagna.

Non più salottini,o fastosi giardini,ma una vera cucina tirolese,dove affettar verdure e preparare cibo,per dimenticare il bel mondo un po’ trash di cui si circondavano a Parigi e vivere un amore il più normale possibile. Il regista Dimitri Tchermiakov ci ha raccontato di una Violetta vera ed assoluta,narrandola come una donna qualsiasi malata di amore sino a morirne.

La Damrau assolve regalmente al compito. Recitando e cantando come poche potrebbero fare. Ci conquista il bel tenore Piotr Bieczala,rendendo un Alfredo un po’ imbranato,ma sicuro nella voce. Zelika Lucic,ha duettato in modo profondo con Violetta,sino a rendere meno retrivo ed a volte irritante la figura del padre Giorgio Germont. Annina,inaspettatamente complice,partecipa al dramma più di tutti. Il coro,come sempre all’altezza della propria fama,materializza un gruppo di amici ricchi e volgarotti,dal quale fuggire.

Uno spettacolo che volente o nolente e malgrado alcuni buu rimarrà negli annali della Scala di Milano.

E noi spettatori estasiati ed increduli,al cinema testimoni dell’evento mondan-culturale per eccellenza,di Milano.

stefano resmini

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