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Filo della vita e del lavoro: chiese,pozzi e fontane a Orotelli

Quella porzione che si affaccia tra sud e sud-ovest,percorsa da sentieri che vanno chiudendosi,chiudendo anche storie e memorie. Con Talo e Juannanghelu,abbiamo deciso di ripercorrere tenendo il il capo di quel filo.

Chiese,luoghi comunitari di speranze e di fiducia,forse,in architetture dalla perfezione de Romanico- Pisano,alle povertà e sobrietà dei materiali del ‘700,alla forza del granito locale.
I pozzi; quei monumenti in pietra scolpita che segnano le campagne,strappano,alla terra arida,acqua,stili sempre uguali,nella magia della ricerca delle volumetrie disegnate da grandi artigiani identitari.
Le fontane,oggi prosciugate e sterili,ma,allora,punto di approdo sicuro per contadini e pastori.

Da San Giovanni e San Lussorio,stili e interpretazioni diverse della religiosità Popolare,sette secoli le separano. 7,30 di un mattino recente,primi freddi invernali,meteo instabile,il paese si risveglia. Scendiamo,in maniera originale,da Su Brasile,casette basse,pare,memoria di di migranti nelle Americhe,appunto. Camminamento accidentato,de Zia Luchia; tracce ancora di lavoro duro,di pezzi di terra strappati ai graniti; da Furreddu riparano quella parte di paese come muraglia medievale.

Discesa verso il comunale,baracche in stile orientale per improbabili allevamenti e galoppatoio attrezzato,moderno. Seguiamo il sentiero, direzione Sinne. Una fontana sotto la macchia di lentischio; quanti massaios,da s’Ena,nell’arsura dei Triulas produttivi,trovavano ristoro ? Area vasta di Sinne; ruderi del pozzo,maestoso,con i suoi merletti,graniti levigati,simbolo di antica ricchezza. Su per Corcove; rocciai,spartiacque tra passato e presente. La chiesa della tradizione dei martiri bizantini,Sinne,rinnovata,centrale nella vallata,riferimento ancora di religiosità riaffiorante. Di là ciminiere spente,sogni spezzati,un futuro cancellato, morente nell’agonia industriale. Allora rituffiamoci nelle certezze dei nostri padri !

Da Corcove verso Erilotha; suggestiva e magica sa Funtana ‘e Sa Murta; quasi ricoperta e protetta,magari da oltre 100 anni,dal cespuglio dalle bacche viola; la incornicia. Sosta alla pietra simbolo,al fungo in granito levigato; gioca,forse da millenni,con acqua,vento,sole e si compiace delle sue forme. Saltiamo tancati,in assoluto rispetto delle regole non scritte in queste campagne. Nid’e Corbu,la dorsale di Iscal’Iscurosa. Doveva essere la carrareccia per eccellenza; legava le due facce di Orotelli,Ovest ed Est,Massajos e Pastores,economie distinte ,talvolta conflittuali,ma ossatura di un tessuto antropologico che ha retto le sfide dei secoli. Scal’Iscurosa,San Pietro. Architettura lineare,essenziale,di frati Francescani che badavano al sodo,trachite rosa,non scalfita dall’usura dei tempi moderni. L’occhio cade su due firme e due anni: 1918,1945. Qualcuno ha espresso gratitudine,al rientro dalle devastazioni e dalle stragi del secolo scorso. Tiddorai: le contraddizioni tra il pozzo,architettura fine,di antica bellezza,e la modernità male intesa delle bacinelle imbrattanti. La sù,Santu Micheli,muri squarciati dall’incuria,baluardo verso l’intera valla ta del Tirso, de Sa Costera. Ruderi di materiali di risulta,di malta povera; conservano,muti,memorie di fatiche e di lavoro,di coraggio e forse di ferocia del vicino popolo di Sa Rusta. Ne parliamo,sgomenti,mentre osserviamo pareti cadenti. La buona sorte sembra difenderci da minacciose nubi grigiastre che giocano a rincorrersi sopra di noi. Inzas Nieddas,il pozzo,raccolta d’acqua per la vallata,un tempo,ricca. Su Petarzu,crocevia dei traffici,dei rapporti tra popoli di diverse etnie nel centro Sardegna,soccombe alla natura selvaggia dei luoghi. Con difficoltà lo percorriamo,in salita; nel pensiero cigolii di ruote di carri carichi di grano. Ancora segni di ricerca d’acqua,di domare la tragedia delle siccità. La roccia imperiosa de Predu Caiu,la valle generosa di Predu Pintu. Le prime case de s’Iscaleddu. Accolti dalla sagoma de su Thurpu,immobile nel suo mistero,inquieta e tenera. E,vicino alle case,un comitato di accoglienza che non avremmo voluto trovare. Il filo si riannoda,passato e presente,in una grigia giornata sull’uscio dell’inverno. Ottobre 12 Matteo Marteddu

matteo marteddu

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