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Ferragosto nuragico.

Il paesaggio arido della Marmilla ha seguito il nostro viaggio da Segariu a Barumini.

Il paesaggio arido della Marmilla ha seguito il nostro viaggio da Segariu a Barumini,avvolti nell’accecante giallo oro della piana campidanese intercalato,di tanto in tanto,dal marrone scuro degli arbusti secchi. Potrebbe sembrare uno scenario desolante,se non fosse l’emblema di un territorio.

La Sardegna è anche questo,paesaggi assolati e deserti,il moto sinuoso delle basse colline dell’entroterra arroventate dal sole di un pomeriggio agostano. Siamo arrivati di fronte alla Reggia,così la chiamano i Baruminesi,così l’ha chiamata prima di loro Giovanni Lilliu,per tanti il padre putativo dei nostri antenati nuragici.

E proprio nel segno di Lilliu comincia la nostra visita,dopo un’attesa di circa 20 minuti,per dare il tempo al gruppo che ci ha preceduto di terminare il percorso.La guida ci conduce sotto due alberelli che concedono ben poco refrigerio,per illustrarci la storia degli scavi e le ricostruzioni digitalizzate della maestosa costruzione,incredibile opera progettata da architetti ingegnosi e precisi,senza l’aiuto di Autocad.

Sullo sfondo si erge,in cima ad una collina appuntita,il castello di Las Plassas.L’importante nuraghe polilobato viene considerato dall’archeologia tradizionale un’imponente struttura difensiva. Lo stesso corpo centrale viene chiamato mastio,termine mutuato dal gergo militare.

Eppure in tanti,oggi,arrivano persino ad insultarsi nei vari forum dedicati all’archeologia sarda,pretendendo di avere in mano una verità diversa e "più vera" di quella ufficiale. I nuraghi diventano talvolta templi dedicati in modo esclusivo alla religiosità,accessibili solo a sacerdoti e sacerdotesse,altre volte sono torri spagnole ante litteram,utilizzate per l’avvistamento dei nemici.

Qualcuno sostiene che enormi fuochi venissero accesi per lanciare segnali da un nuraghe all’altro – pare che nessuna costruzione disti da un’altra più di qualche chilometro – in un frenetico tam tam fiammeggiante. Non si capisce però dove questi fuochi venissero accesi,certamente non all’interno dei nuraghi,privi di prese d’aria significative per lo spettacolo pirico.

La mancanza di fonti scritte non agevola la ricostruzione storica,ma pare ci siano importanti novità anche da questo punto di vista: diversi studiosi sostengono animatamente l’esistenza di una scrittura nuragica; la stessa Stele di Nora,considerata di matrice fenicio-punica dai tradizionalisti,sarebbe invece nuragica pura.

Ecco la rete internet brulicare di studiosi di lingue antiche che producono pagine e pagine di "poche" iscrizioni nuragiche e di svariate interpretazioni delle stesse; a tanta dedizione rispondono a suon di epiteti quasi sempre offensivi,coloro che non accettano la tesi e gridano al vaneggiamento collettivo.

Non avendo elementi utili a contraddire l’una o l’altra fazione,ritengo che un popolo che ha commerciato in lungo e in largo,che ha barattato le sue sardine,l’ossidiana di Monte Arci,i suoi tessuti e altro ancora in tutto il Mediterraneo,molto probabilmente usava un sistema di scrittura,parrebbe davvero strano il contrario.

E in virtù di questa considerazione e di una smodata curiosità,mi sono ritrovata ad osservare ogni singola pietra di Su Nuraxi,alla ricerca di un qualsiasi piccolo segno di comunicazione,tramandato fino a noi e miracolosamente sfuggito a migliaia di archeologi e visitatori che da lì son passati prima di me.

Ovviamente non l’ho trovato e mi sono gratificata specchiandomi nelle acque del pozzo,che la Luna,magica sfera luminosa sospesa nel cielo nuragico,per secoli e secoli ha purificato con i suoi raggi argentei.Che dire poi dell’identificazione dei Shardana,grandioso Popolo del Mare,con i nostri avi nuragici? Ci troviamo all’improvviso catapultati nella battaglia di Qadesh,nel 1274 a.C.,combattuta ai tempi di Ramesse II tra Egiziani e Ittiti: i "nostri" valorosi guerrieri avrebbero combattuto nell’esercito dei primi,contribuendo alla loro vittoria.

A osservare la piana assolata del territorio baruminese riesce difficile pensare al mare,alle veloci navi che solcavano le acque del Grande Verde. Popolo di pastori dediti principalmente all’agricoltura o grandi marinai,risoluti e combattivi? O forse entrambi?Si possono seguire mille strade per cercare di interpretare il nostro passato,ma l’unica cosa che davvero abbiamo sotto gli occhi è la grandiosità di costruzioni perfette,imponenti,altissime – 20 metri sono davvero tanti – che si contrappongono alla ricerca della fonte primaria di vita,con profondi scavi nella roccia per trovare l’acqua.

Acqua per cucinare,vivere,lavarsi,per usi termali – ebbene si,anche a questo avevano pensato – per purificarsi,per pregare. Dalle profondità della terra,allo sfiorare il cielo,uomini minuti hanno dato prova del loro valore.E’ stato un popolo grande,quello nuragico,forte e nerboruto,capace di imprese incredibili per l’epoca,o forse sono i nostri occhi assopiti a vederle tali,forse noi Sardi di oggi dobbiamo imparare di nuovo a volare alto,anche semplicemente ponendo una pietra sopra l’altra.

Alessandra Ghiani

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