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Bahamas: il coronavirus trasforma il paradiso delle vacanze in un enorme villaggio fantasma
A cura di Giovanni Runchina per il racconto dei sardi nel mondo

La pandemia ha messo in ginocchio la principale risorsa economica dell'arcipelago caraibico come racconta Alessio Pitzalis, chef oristanese che lavora all'Atlantis Paradise Island

Da popolare e popolatissimo paradiso delle vacanze a grande villaggio fantasma, un enorme “non luogo” dove mancano i turisti e le strutture sono desolatamente vuote. «L’Atlantis dove lavoro aveva una media di 11-12 mila ospiti al giorno, oggi siamo a zero, gli ultimi clienti hanno lasciato l’isola la settimana passata», racconta Alessio Pitzalis executive chef all’Atlantis Paradise Island.

Qui il coronavirus ha avuto sinora una diffusione relativamente bassa, i casi accertarti sono pochi: «I contagi sono al momento ventisei ma a fronte di un numero veramente basso di tamponi e di un sistema sanitario comunque fragile e quasi interamente privatizzato», spiega il cuoco oristanese che da due anni vive e lavora nel resort con parco acquatico di Paradise Island.

Come tutte le strutture ricettive anche l’Atlantis dipende dal turismo straniero, americano e canadese in particolare: «La compagnia ha cercato di tenere aperto fino all’ultimo ma abbiamo dovuto chiudere e non c’è una data certa per la riapertura».

L’attività è ridotta al minimo: «Avendo un ospedale marino e ospitando più di 5000 specie di animali marini la proprietà  non potrà mai chiudere totalmente. Noi cuciniamo per il poco personale rimasto – circa 180 persone – e ci occupiamo della pulizia e  della manutenzione delle 54 cucine presenti in tutto il complesso».

La serrata generale è stata attuata pochi giorni fa, due settimane prima erano state chiuse le attività ritenute non essenziali. Ora l’intero arcipelago è praticamente sotto chiave: «Le Bahamas vivono di turismo ma ora i porti, gli aeroporti e le attività ricettive sono sbarrati».

Gli effetti sono rilevanti sotto vari aspetti: «Questa è una mazzata per una popolazione che già non navigava nell’oro e che a fatica si stava riprendendo dal terribile uragano Dorian dello scorso settembre. C’era stata una grande campagna di marketing a livello internazionale per promuovere le Bahamas come meta per le vacanze e l’impegno stava ripagando. La ripresa è legata quasi del tutto al mercato americano, dipendiamo da loro. Al momento chi ha perso il lavoro avrà il 40% del salario pagato dalla National Insurance Board, l’equivalente del nostro INPS».

L’epidemia ha messo a nudo anche i limiti del sistema sanitario: «Qui per curarti bene devi avere un’assicurazione privata che, tra l’altro, è onerosa se rapportata alla media delle retribuzioni. In media una buona costa dai 150 dollari al mese in su e in molti casi porta via il 40% del reddito. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi paga una polizza che copre tutta la famiglia – ho moglie e un figlio che ora sono a Oristano –  per cui mi sento abbastanza tranquillo. Se paragono questo modello a quello italiano posso tranquillamente affermare che il nostro Paese è tra i migliori al mondo non solo perché la sanità è pubblica e accessibile a tutti ma anche perché rispetto a molte altre nazioni in cui ho vissuto come Cipro, Russia, Dubai, Inghilterra ha una qualità della vita e un sistema d’istruzione invidiabile. Ovviamente abbiamo tanti problemi ma nel mio lungo girovagare non ho trovato una nazione perfetta».

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